| | |||||||
| Register | Search | Today's Posts | Mark Forums Read |
| Forum Biologia Forum Scienza Biologia. Italian Biology Forum. |
| | LinkBack | Thread Tools | Display Modes |
|
#11
| |||
| |||
| fuzzy ha scritto: ???? Ciao -- Andrea *** "Scusate, ma com'è fatta l'avena?!" "Ma che ne so'..." "Beh... sarà a fiocchi" (Notte prima degli Esami - 2005) Nessun popolo dovrebbe temere il proprio governo. Sono i governi che devono sempre temere il Popolo. (V, Vendetta - 2006) |
|
#12
| |||
| |||
| dyskolos ha scritto: Immagino sia pressoché impossibile figurarsi le percezioni oniriche dei soggetti "non vedenti" congeniti, ma a me interessava capire se la supposizione, apparentemente intuitiva, secondo cui tali soggetti non hanno mai percezioni visive, neppure in sogno, era fondata o no. Crecando in rete ho trovato dei riferimenti a studi recenti in base ai quali sembra, inaspettatamente per me, che l'attività onirica dei soggetti non vedenti congeniti si assocuiata a un certo livello di percezione visiva: [Only registered users see links. ] (non l'ho ancora letto ma sembra comprensibile). Mi chiedo anche se la patologia che determina la perdita congenita della funzione visiva faccia qualche differenza o no. A esempio: un soggetto non vedente che manifesta danni congeniti irreversibili ai nervi ottici o ai bulbi oculari, ma che ha la corteccia visiva integra, sognerà allo stesso modo di un soggetto che ha la corteccia visiva danneggiata, ma occhi normali? Mi sembra di ricordare che durante la fase REM del sonno la corteccia visiva si attivi come durante la visione e lo stesso movimento rapido degli occhi è connesso probabilmente alla "simulazione" di un'attività visiva. Se è così come farebbe un soggetto con la coteccia visiva compromessa ad avere percezioni visive, sia pure durante il sonno? Saluti, Aleph -- questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito [Only registered users see links. ] segnala gli abusi ad [Only registered users see links. ] |
|
#13
| |||
| |||
| dyskolos ha scritto: Ma una qualche esperienza sensoriale non mi pare sufficiente per parlare di sogni. Stiamo toccando il delicato tema delle proposizioni introspettive. Non è un tema facile, eppure mi pare che qui se ne parli con molta disinvoltura. Il problema è che il neonato ha esperienze sensoriali DI COSA? Vede oggetti? se si, come fa a distinguere un oggetto da un altro, per esempio la mamma dal papà, se non ha alcun concetto di mamma e papà? Come fa a distinguere oggetti se ancora non ha imparato a identificarli, ovvero ad attribuirgli un'identità distinta da altri oggetti? Non sono neanche sicuro che un feto sappia distinguere dalle esperienze di sonno e quelle di veglia... BIOLOGICAMENTE si, ma quanto alla donazione di senso? questa viene dall'esperienza (simbolica). Che senso ha dire che i sensi hanno esperienza **di oggetti**, se il soggetto non ha coscienza di se, ne alcun simbolo con cui denotare/distinguere gli oggetti? Si, ma sarebbe qualcosa di molto differente dai nostri sogni. la tua distinzione pero' non mi sembra molto convincente. La paura è necessariamente legata alla salvaguardia di se stessi, ma per dediderare di salvaguardarsi bisogna avere il concetto di "se", la coscienza della propria identità ("IO"). Il neonato non c'e' l'ha, tanto è vero che davanti a un pericolo non reagirebbe punto, perche non sa ne che cos'e' un "pericolo", ne cos'e' lui stesso. Se fosse come dici te, cosa sarebbe mai allora la paura "in se" (ovvero dissociata dall'esperienza)? ciao fuzzy |
|
#14
| |||
| |||
| Questo concetto a mio avviso é profondamente errato perché la paura non é necessariamente solo legata alla salvaguardia di se stessi e questa non necessariamente e´ legata alla paura Molte azioni di salvaguardia sono azioni istintive che non dipendono assolutamente dal concetto di "se" (poi cosa intendi con questo dovresti spiegarlo meglio perche' io per esempio lo identifico con il processo biologico e tu psicologico immagino che é molto piú sfumato e graduale). Ciao Andrea Zille |
|
#15
| |||
| |||
| "fuzzy" <[Only registered users see links. ]> ha scritto nel messaggio news:1162207659.426417.114690@e3g2000cwe.googlegro ups.com... L'ho scritto nel post precedente. Intanto sente la voce della madre, non così come è in origine ma modificata. Infatti questa, prima di giungere agli organi di senso del feto, deve attraversare una parte del corpo materno. Poi sente altri rumori provenienti dal corpo della madre. Percepisce l'odore ed il sapore del liquido amniotico. Se si proietta un forte fascio di luce di luce sul ventre della madre lo percepisce e reagisce di conseguenza. E altro, come il dolore. Tutte queste sono esperienze sensoriali prenatali. Poi ci sono quelle che seguono il parto. Le più violente sono la temperatura esterna, la luce diretta e quelle relative all'aria che, dopo mesi in un ambiente ovattato, improvvisamente irrompe nei polmoni come un fiume in piena. Sì, vede oggetti. Alla nascita il neonato non ha sviluppato una visione, per così dire, adulta ma vede ciò che gli sta attorno. Li vede ma non li distingue: non sa che cosa sono, che funzione hanno, perché ci sono, ecc... E probabilmente non sa nemmeno se sono parte di lui o cose esterne. E nemmeno se la madre è esterna o fa parte di lui. La distinzione tra sé e non-sé arriva dopo. Ma questo lo lasci intendere anche più sotto, quindi nulla di nuovo :-) Infatti! Probabilmente, sempre per il fatto che non c'è distinzione netta tra sé e non-sé, non può distinguere le esperienze oniriche da quelle reali, in veglia. Ma anche le esperienze fatte durante la veglia appaiono confuse. Per esempio, se sente caldo "non sa" se quella sensazione di calore viene da fuori o è autoprodotta. E se la madre lo allatta, "non sa" se la sensazione di sazietà e di calore allo stomaco viene da fuori o da dentro. Anzi, non ha nemmeno il concetto di dentro e fuori. Tutte le esperienze sensoriali appaiono confuse, indistinte, non integrate, senza senso, ma ci sono. Comunque parlavamo di neonati, non di feti. Non ha esperienza di oggetti, ma di "qualcosa" che poi imparerà essere oggetti esterni. La salvaguardia di noi stessi è la funzione della paura, non l'esperienza della paura. L'emozione "paura" non ha solo una componente comportamentale o fisiologica (attacco-fuga, sangue convogliato ai muscoli, sudore freddo, tremore, ecc...) ma anche una esperienzale, fenomenologica. Ecco, sì! Manca sicuramente il comportamento e anche l'associazione tra stimolo e comportamento. In altre parole, se lo metti davanti ad un cane inferocito, il neonato non fugge (ovviamente!) ma nemmeno ha paura perché non ha ancora appreso che il cane inferocito (o un leone, o una tigre, ecc...) è "pericoloso". Questo, lo apprenderà col tempo in modo simbolico o - si spera di no! - per esperienza diretta. Ciò però non permette di escludere che la paura non possa essere vissuta. Beh, hai presente un attacco di panico? Lì c'è uno che ha paura (panico) ma non c'è un "oggetto"-stimolo fisico che la genera. Si potrebbe anche dire che ha paura della paura. Ciao dysk |
|
#16
| |||
| |||
| Andrea Zille ha scritto: .... Si ovviamente hai ragione, ho sbagliato, non volevo intendere quello. Volevo dire che la paura è legata all'esperienza simbolica del soggetto. In altre parole per avere paura bisogna averlo imparato. Alcune, ma allora non sono "paura". Il fatto che il neonato chiude gli occhi quando provi a toccarglieli è una salvaguardia istintiva, ma il neonato non sperimenta un sentimento di paura, la sua è una semplice reazione a uno stimolo. Per avere "paura" bisogna aver imparato cos'e' (anche per gli attacchi di panico). Dovresti spiegarti meglio, non capisco come il concetto di se sia il processo biologico. Quale processo? Devo sperire i miei processi biologici? O qUalsiasi processo biologico? Anche un batterio? Io intendo "semplicemente" la sensazione concettualmente codificabile ed esprimibile che se per es. mi danno uno schiaffo, lo danno a me e non ad un altro. Sarà pure sfumato, e poco descrivibile, come il gusto del caffe', ma proprio come questo, penso sia chiaro a tutti cosa sia. E' il sentimento di me come di un soggetto a cui sono riferite le mie esperienze. Sia il "se" che l'"aroma del caffe'" vengono infatti generalmente chiamati "qualia", in quanto rimangono irriducibili ai processi biologici. dyskolos ha scritto: No, non penso cosi, secondo me sente un rumore (che NOI sappiamo essere la voce della madre, ma per lui è un rumore tra tanti) Si, ma io non le considero esperienze d'oggetto in senso proprio. Appunto. L'identità di oggetti è necessariamente legata alla loro funzione, uso, perche ci sono, interazione con.., associazione con suoni (nomi, o segni), manipolazioni, ecc. ecc. Senza questi l'assimilazione di questi "impieghi" il neonato non vede oggetti. Siamo noi che gli attribuiamo la vista di oggetti, per analogia con la nostra esperienza simbolica. Ecco, ritorno sul fatto che quindi noi chiamiamo "oggetti", o "sogni" estendendo analogicamente il nostro significato ad esperienze che non possiamo condividere, ma a ci tentiamo di dare un nome. Quello che voglio dire è che bisogna stare attenti a non confondere queste analogie con delle equazioni. E mi pare che di seguito vai in questa direzione. Esattamente. Mi pare che ci siamo capiti. Forse no, ma io non vedo alcun modo/esempio in cui si possa parlare di "paura" (istintiva) in un neonato. Si, vedi risposta ad andrea zille (sopra). ciao fuzzy |
|
#17
| |||
| |||
| "fuzzy" <[Only registered users see links. ]> ha scritto nel messaggio news:1162231215.887313.9100@e3g2000cwe.googlegroup s.com... Sì, sì, d'accordo. Sente "qualcosa" che non sa essere la voce della madre, ma la sente. Non volevo dire che è consapevole (chissà perché e percome) del fatto che quel suono è la voce della madre. E' in linea con quello che dicevo prima sulla "confusione" delle percezioni. Nemmeno io. Solo semplici "esperienze sensoriali". Ok, sì. Io dicevo che vede oggetti nel senso che vede qualcosa. Vede che lì c'è qualcosa e non il vuoto, ma non sa che cos'è questo "qualcosa" né a che serve. Questo lo apprenderà col tempo. Sì, fin qui siamo d'accordo :-) [CUT] E' qui che non siamo del tutto d'accordo. A Zille hai scritto che il fatto che il neonato chiuda gli occhi se uno cerca di toccarli è una salvaguardia istintiva, ma il piccolo non prova paura perché non ha imparato che cos'è, la paura. Ad avere paura si impara, scrivi altrove. E' chiarissimo ed in parte corretto, a mio parere. La chiusura degli occhi è - come giustamente dici - un riflesso ed il bambino non prova paura in quel caso. I neonati infatti nascono con alcuni riflessi di base, necessari per la sopravvivenza nei primi mesi di vita: suzione, prensione, rotazione della testa, riflesso di Babinsky, ecc... Il problema è che le emozioni hanno una base innata, che pertanto non si apprende. Anche le emozioni si sviluppano, non solo le capacità cognitive. All'inizio esse sono indistinte, indifferenziate, esattamente come le sensazioni e le esperienze sensoriali. Vi è uno stato generico di eccitazione, che già nel secondo mese di vita si differenzia in piacere e dispiacere. Il dispiacere è il precursore, tra l'altro, della paura. Nei primi tre/quattro mesi il bambino piange e si dispera (dispiacere) essenzialmente per due motivi: o quando uno stimolo attrae per troppo tempo la sua attenzione o quando lo attrae in modo troppo intenso (circospezione), indipendentemente dal contenuto. Intorno al terzo mese, poi, si nota che il contenuto acquista importanza (come dicevo prima, si "impara" casomai che lo stimolo è pericoloso) ed infatti il bambino comincia a piangere di fronte all'estraneo (qui si è nel caso dello stimolo troppo intenso). Quindi, in definitiva, io direi che la paura, attraverso i suoi precursori, è presente già alla nascita (innata) ma si matura naturalmente nei primissimi mesi. Quindi essa non si apprende. Si apprende a far di conto, a scrivere, a leggere, tutte cose che devono essere, in qualche modo, in-segnate, incise, vuoi dai genitori, dalla scuola, dall'esperienza, per prove ed errori... Se nessuno (o niente) le insegna, il bambino non le impara. Per le emozioni non è così. Ciao :-) dysk P.S.: un dettaglio tecnico. Il mio newsreader non riesce a fare il quoting automatico dei tuoi post, quindi devo farlo manualmente. Mi scuso in anticipo per qualche possibile errore :-) |
|
#18
| |||
| |||
| dyskolos ha scritto: bene, allora vado subito al punto del dissenso. La base innata no, ma l'emozione come sentimento consapevole e comunicabile, si. Non dobbiamo ridurre l'emozione alla sua base innata. Tra l'altro non si puo proprio fare. La base innata non è discernibile dalla sua elaborazione e sviluppo a valle dell'apprendimento. Questo è un punto importante perche noi possiamo parlare di "base innata" (teoria) solo a partire da un linguaggio completamente sviluppato. Quindi ci troviamo di nuovo nel problema di dover "indicare" qualcosa di presimbolico facendo uso di simboli (e con linguaggio infatti intendo qualsiasi sistema di simboli condiviso da una qualche comunita, quindi gesti, suoni, scrittura, o il classico linguaggio parlato). Questo ribadisco non deve essere passato in sordina, perche' è un limite invalicabile, e un punto cruciale nella spiegazione scientifica, pena la ricaduta in dannose reificazioni. Forse, ma la paura non si sviluppa come una pianta, ha bisogno di un ambiente in cui impari ad avere paura, e questo ambiente è dato dall'interazione coi genitori e altri consimili, ed è un ambiente/esperienza simbolico, altamente strutturato. Senza di esso il dispiacere (concetto da chiarire) non diventa niente. Mah! Quando piange perche ha fame o per le coliche, reagisce ad uno stimolo interno che gli procura dolore o fastidio, ma non vedo cosa c'entri l'attenzione, soprattutto entro i primi due mesi. Appunto, e quindi secondo me è cosi che si impara ad avere paura. Se un bimbo tocca la fiamma di una candela, prova dolore. Ora la sensazione di dolore è innata (ma anche qui ci sarebbe da precisare perche non è sempre cosi), mentre la PAURA per la fiamma della candela è un sentimento appreso dall'esperienza. Quindi la paura non si "sviluppa" da sola come sembri indicare te piu sotto, ne c'e' bisogno che qualcuno gliela in-segni. E questo è un semplice esempio che mostra come ad avere paura si impara. Anche qui: non tutti i bambini piangono in presenza di estranei. Componente caratteriale a parte (che certamente hanno una influenza ma relativa), vi sono bamini che fin da piccoli stanno spesso con persone differenti e IMPARANO a non averne paura. Di nuovo siamo in presenza di apprendimento da esperienza. Il bambino impara ad essere a suo agio o anche a disagio, a seconda di come viene abituato (abitudine =esperienza =apprendimento). Detto cosi sono assolutamente in disaccordo. Se alla nascita c'e' un "precursone" della paura, significa che NON C'E' la paura. Quanto alla sua maturazione "naturale", ho dato qualche esempio di come non sia affatto naturale, ma è una maturazione ap-presa da un ambiente culturale, quindi da un'esperienza altamente strutturata. No. Mi pare ci sia il classico equivoco. Ap-prendimento (prendere da...) non significa in-segnamento (questo metodo heideggeriano di spaccare le parole è ancora in voga?). Non c'e' affatto bisogno di un insegnante perche si impari dall'esperienza. Il sistema prova-errore, funziona anche in autonomia. Anzi, semmai è proprio questa una delle basi innate che permettono di apprendere tutto il resto (insieme all'apprendimento per associazione, analogia, ecc. ecc.). L'insegnamento è una modalità di apprendimento tra altre, ma non l'unica. Eppoi, certo che le emozioni si imparano! Amore odio, il gusto per un quadro, o una musica particolare, non sono affatto cose che si sviluppano da sole se uno ce le ha dentro. Ad amare odiare gustare un vino, un quadro, una musica, si impara col tempo, e facendo esperienza in questo o quel campo. Se dovessimo proiettare questa tua concezione, tutta la psicologia sarebbe azzerata di colpo. Non sarebbe piu vero che il sedicenne che ha accoltellato due ragazzi lo ha fatto perche vive un esperienza di vita degradata, ma lo sarebbe perche aveva i precursori. Non sarebbe piu vero che la violenza ha una forte componente di base legata al background culrurale dovuto ai genitori, amicizie ecc. ciao fuzzy una bella scocciatura! neanche il mio lo fa, per cui uso sempre, ormai da anni, il browser, e adesso google-gruppi. |
|
#19
| |||
| |||
| "fuzzy" <[Only registered users see links. ]> ha scritto nel messaggio news:1162283000.503463.190300@e64g2000cwd.googlegr oups.com... Sì, io infatti quando parlavo di apprendimento, anzi di non-apprendimento, mi riferivo proprio alla base innata. Non per fare inutili riduzionismi, ma perché per me la "base innata" fa parte dell'emozione paura. Poi è senz'altro vero che l'emozione ha tante componenti, come avevo scritto qualche post fa, ed è anche vero che esiste una costruzione sociale delle emozioni. Questo torna utile più sotto. [CUT] Sì, capisco il tuo punto di vista. Quindi non è corretto associare una espressione facciale ad una emozione? Lo chiedo perché la ricerca sulle emozioni, e sullo sviluppo delle emozioni, dei bambini in fase pre-verbale (e non solo) avviene attraverso le espressioni. Si è visto che il neonato presenta alla nascita tre espressioni principali (corrispondenti a tre stati emotivi), dalle quali poi si sviluppano le tre emozioni: la paura, la gioia e la collera. Osservo solo che il legame tra emozione ed espressione è testimoniato anche dal fatto che assumere una certa espressione può indurre la corrispondente emozione. Sì, è vero. E' quello che più su chiamavo costruzione sociale delle emozioni, ed a tal proposito è giusto parlare di apprendimento. Questo è indubbio. Nel mio modello mentale, però, questa costruzione sociale regola le emozioni, non le genera. Torniamo al discorso della base innata, che è l'oggetto vero della questione. Ma l'ho chiarito sopra. Per chiarire ancora un po' ciò che intendo, mi riferisco adesso ad un'osservazione etologica su bambini di varia età. Si è visto che, mostrando qualche serpente a bambini di diversa etnia che prima non ne avevano mai visto uno, succede che fino ad una certa età non vi sono particolari reazioni. A circa tre anni invece "si forma" una reazione di paura/evitamento. La spiegazione degli etologi è che a tre anni la capacità locomotoria è abbastanza sviluppata. Nell'ambiente di adattamento, a questa età era quindi alta la probabilità che il bambino, allontanatosi dalla madre, incontrasse un serpente e dovesse fuggire o difendersi in qualche modo. Dunque la reazione di paura non è appresa ma deriva dalla selezione naturale. Certo, fuzzy. Davo per scontato che si capisse che io non mi riferivo a malesseri fisici del piccolo o alla fame e simili. In questi casi non c'entra niente l'attenzione. Il discorso che facevo sull'attenzione vale se si escludono casi di questo genere. (Che poi, volendo, anche la coliche, la fame e simili possono essere considerati stimoli che attirano l'attenzione). Sì, è giusto. Ma l'avevo scritto anche prima :-) Come si capisce dai miei post, io non contesto questo. Ma infatti io non ho scritto che c'è bisogno che qualcuno insegni la paura. Ho parlato anch'io di apprendimento dall'esperienza e per prove ed errori. Per fare chiarezza, è vero che non tutti i bambini piangono davanti agli estranei (c'è anche il temperamento da tener presente) e che possono imparare a non temerli. Che i bambini piccolissimi (e forse anche prima della nascita) imparino è indubbio. Però dicevo che, mentre nei primi due mesi è rarissimo che i bambini piangano di fronte all'estraneo, nel terzo mese (e ancora più nel quarto e nei seguenti) in alcuni si sviluppa la paura dell'estraneo. Questi evidentemente non hanno imparato che non sono pericolosi. Insomma l'emergenza della reazione di paura può anche essere contrastata con l'apprendimento. La situazione è analoga a quella dell'esempio dei serpenti. Se si insegna al bambino (o se il bambino apprende autonomamente) che i serpenti non sono pericolosi, allora possiamo aspettarci che ai tre anni non ne abbia paura. Tuttavia ciò non significa che nei piccoli della specie Homo Sapiens non si sviluppi la paura per i serpenti. Ho capito. La questione è che io considero "paura" anche il precursore della paura, mentre tu no. Che la maturazione è appresa lo dico anch'io, nel senso che il contesto e le interazioni (all'inizio soprattutto con le figura di accudimento) posso regolare le emozioni. Se, come certamente sai, poni un bambino davanti un "precipizio" ottenuto per mezzo di una illusione ottica, vedrai che non attraverserà spontaneamente il finto baratro a causa della "paura del vuoto" (innata) presente già a sei mesi. Però la probabilità di attraversamento aumenta considerevolemente se il bambino, giunto sull'orlo del precipizio, vede l'espressione serena e rilassata della madre. Al contrario è estremamente improbabile che ciò avvenga se la madre si mostra preoccupata. In questo senso sono d'accordo con te sul fatto che le emozioni si imparano. Ma sì, lo so :-) Si apprende anche spontaneamente per prove ed errori (l'avevo anche scritto). Anche per apprendimento sociale. E in più ci sono anche forme di apprendimento subliminale, per completare il discorso :-) Ma ti pare che uno che studia e si occupa di psicologia voglia che la psicologia sia distrutta? E come camperei io? ;-) Ma sì, figuriamoci! :-) Ciao dysk Fra l'altro, a me succede solo con i tuoi post e con quelli di pochissimi altri. Non so da che cosa dipenda. Come hai scritto questo post? Io ho usato Outloook. |
|
#20
| |||
| |||
| "dyskolos" <[Only registered users see links. ]> ha scritto nel messaggio news:45461792$0$13754$[Only registered users see links. ].tin.it ... e del padre. La mia esperienza di papà conferma quanto dice dyskolos. Quando mia moglie era incinta di mia figlia, spesso accarezzandole la pancia parlavo alla bimba (nascitura). In sala parto sono entrato anch'io. Dopo un lungo travaglio. l'ostetrica mia ha messo nelle mani mia figlia, ancora tutta sporca della vernice casearia: piangeva, come tutti i bimbidi questo mondo, ma si è calmata subito appena le ho parlato: evidentemente sentiva una voce conosciuta... (Al di là di tutto un ricordo stupendo...) -- Ambrogio Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole? |
| Tags |
| cecità , congenita , sogno |
| Thread Tools | |
| Display Modes | |
|
|
| | ||||
| Thread | Thread Starter | Forum | Replies | Last Post |
| Il sogno dello scienziato russo "Un Pleistocene Park in Siberia" | \(¯`·.¸Emael¸.·´¯\) | Forum Biologia | 2 | 02-07-2006 05:24 PM |